giovedì 30 aprile 2009

Festa Mobile



Si sa molto poco di questo gruppo di Bari, tranne il nome di tre dei musicisti, che ricomparvero tre anni più tardi nel gruppo jazz-rock Baricentro.

Diario di viaggio della Festa Mobile è un concept-album di argomento fantastico, con grande spazio alle tastiere e la voce un pò soffocata dalla base musicale.
L’album contiene alcuni buoni momenti, sebbene non sia tra i migliori nel genere prog sinfonico, e al suo interno si possono ravvisare anche delle influenze jazz-rock.
I musicisti della Festa Mobile suonarono nel 1973 sull’album Jacopone, tratto dall’omonimo musical con Gianni Morandi e Paola Pitagora.
I fratelli Boccuzzi e il bassista Napolitano formarono poi Il Baricentro con due LP nel 1976 e 1978 per la EMI; Giovanni Boccuzzi ha avuto un’intensa attività di compositore, insegnante, scrittore fino ad oggi.

LP Diario di viaggio della Festa Mobile (RCA 1973) copertina apribile, è un album molto raro, probabilmente stampato in numero limitato di copie dalla RCA.
L’album ha una copertina apribile (senza informazioni sui componenti), e solo alcune copie contenevano un piccolo biglietto (circa 14,5x9,8 cm.) con una frase di Marcel Proust sulla musica popolare, che venne incluso anche in altri LP contemporanei della RCA (tra questi Rovescio della Medaglia/Contaminazione e Maurizio Monti/L’amore).
Il lavoro è stato ristampato in CD nel marzo 2003 dalla BMG con copertina apribile mini-LP e fascetta obi, all’interno della serie “Dei di un perduto rock”, e successivamente di nuovo ad ottobre dello stesso anno quando uscì una seconda emissione della stessa serie.
Il CD venne annunciato dalla BMG come disponibile anche con custodia in plastica standard, ma a quanto pare non è mai uscito in questo modo.
L’LP è stato ristampato in Giappone, ma non esistono ristampe italiane in vinile di alcun genere.

Formazione
Francesco Boccuzzi (tastiere)
Giovanni Boccuzzi (tastiere, chitarra)
Tonio Napolitano (basso)+ 2 altri musicisti non citati



mercoledì 29 aprile 2009

Toto


Il gruppo dei Toto è stato fondato a Los Angeles nel 1978 da:
Jeff Porcaro (nato il 1 aprile 1954 a Hartford, CT USA e deceduto il 5 agosto 1992 a Hidden Hills, CA USA)
Steve Porcaro (nato il 2 settembre 1957, Hartford, CT USA)
David Paich (21 giugno 1954, Los Angeles USA)
Steve Lukather (21 ottobre 1957 a Los Angeles USA)
David Hungate (nato in Texas nel 1954)
Bobby Kimball (nato il 29 marzo, 1947 a Vinton, LA USA)

Il nome, secondo una spiegazione data da Jeff Porcaro in un’intervista del 1988 ad Amsterdam, indica anche l’intento musicale gruppo, cioè quello di prendere ispirazione da tutto (“come from totos”), da cui ne deriva un genere dalle molteplici influenze e sfaccettature.
I fratelli Porcaro, come il nome fa chiaramente capire, sono di origine italiana; il nonno, infatti, un percussionista, era originario di San Luca.
A fine marzo ‘78 il gruppo debutta, con “Hold The Line” ed è subito un trionfo. Quindi escono “Hydra” e “Turn Back”, ma è con “Toto IV” (1982, l’album vince 6 Grammy grazie ai singoli Africa e Rosanna) che arrivano i riconoscimenti.
Nel 1982, terminata la registrazione del nuovo album “Toto IV”, David Hungate lascia i Toto ed è sostituito da Mike Porcaro, fratello di Jeff e Steve.
Nel 1984 la band inizia a registrare le nuove canzoni ma Bobby Kimball, a causa di problemi di alcol e droga, viene estromesso. Jeff Porcaro propone Dennis “Fergie” Frederikssen, che entrerà nella band quell’anno per l’album “Isolation”. Sfortunatamente il nuovo cantante resta solo fino alla fine del tour nel 1985.
Nel 1986 arriva Joseph William che registra con la band Fahrenheit e poco prima dell’uscita di The Seventh One, nel 1988, lascia anche Steve Porcaro, che comunque segue la band nel tour legato a quest’ultimo album e collaborerà anche in futuro.
Nel 1984 i Toto si occupano della colonna sonora del film "Dune", diretto da David Lynch. Successivamente compongono uno dei temi (Moodido) per le Olimpiadi del 1984, precisamente sarà la sigla per gli incontri di boxe.



Nel 1985 prenderanno parte al progetto di beneficenza USA for Africa.
Una menzione particolare merita il brano Human Nature dell’album Thriller di Michael Jackson, (scritto da Steve Porcaro e David Paich) e suonato dai Toto al completo (voce esclusa).
Nel 1992, muore Jeff Porcaro ed è dopo questa occasione che Simon Phillips (6 febbraio 1959 - batterista) si unisce ai Toto.
Nel 1997, i fratelli Mike e Steve Porcaro, assieme all’ex-cantante Joseph Williams e al batterista Carlos Vega compongono il tema ufficiale per la finale di Champions League, intitolato Young At Heart.
Il 26 maggio 2005 viene annunciato l’ingresso nel gruppo come membro ufficiale di Greg Phillinganes (tastierista che vanta numerose collaborazioni notevoli, come ad esempio Eric Clapton, George Benson, Lionel Richie, Michael Jackson e Stevie Wonder) che già da diverso tempo collaborava con il gruppo. Phillinganes ricopre il ruolo che era stato di Steve Porcaro.
Per finire è da menzionare Jean-Michel Byron cantante sudafricano che per un breve periodo ha fatto parte del gruppo nel 1990.
Nel 2006 è uscito il diciottesimo album dei Toto, Falling in Between, pubblicato dalla etichetta discografica indipendente napoletana Frontiers Records. Fra gli ospiti che hanno partecipato alle registrazioni spicca Ian Anderson (leader dei Jethro Tull): non è un caso in quanto le sonorità del disco, almeno per alcuni brani, si avvicinano al rock progressivo (o per meglio dire, dati i suoni quasi metal di Lukather, al progressive metal).
La colonna portante del gruppo è rappresentata senza dubbio dall’eclettico Steve Lukather.
Chitarrista, song writer, e vocalist, Steve nel corso della sua carriera nei Toto si cimenta per ben due volte in album (Tambu e Kingdom of desire ) dove compare come leading vocalist, con risultati di indubbia qualità.
Sempre a questo proposito, è bene ricordare come i Toto abbiano comunque alternato più volte alla storica voce di Kimball quella di altri artisti.
Una menzione in particolare la merita Joseph Williams, leading vocalist per gli album Fahrenheit e The Seventh One e, da ultimo, in collaborazione anche per Falling in Between.
Joseph incarna al massimo grado un lato estremamente “californiano” dei Toto, con una progressione vocale incredibile e un sound inconfondibile.

Sono stati definiti da Eddie Van Halen come "collettivamente i migliori musicisti del pianeta".




lunedì 27 aprile 2009

Musica prog e globalizzazione


Parto dal titolo, cercando di svelarne l’apparente stranezza, in questo contesto.
Il termine “globalizzazione”, usato ormai ovunque e da chiunque, reca in sé il concetto di avvicinamento tra mondi lontani, di facilità nelle relazioni sociali, arrivando sino ad una sorta di interdipendenza.
Tutto ciò è riferito al campo economico, sociale, culturale e ideologico, con lo scopo di uniformare, superando barriere fisiche e metafisiche.
Tutti prevedono, inveiscono o gioiscono, ma nessuno è capace di dire dove realmente andremo a finire.
Assistendo al concerto di Alba, il 23 aprile scorso, mi sono fatto un’idea precisa (magari forzata dal mio stato di “addicted to music” ) di cosa voglia dire esperienza musicale globalizzante.
Nella musica, se è solo la musica l’oggetto, tutto è possibile e trovo conferme su conferme a concetti in me radicati, esprimibili con la seguente frase di sintesi:” La musica è in grado di abbattere ogni tipo di barriera”.
Non è una novità vedere artisti differenti su di un palco, e le collaborazioni, le jam più o meno estemporanee, sono sempre state elemento fondamentale delle rappresentazioni rock.
Ma non è nemmeno scontato che musicisti di valore, magari con passioni e passato comune, debbano necessariamente avere unità di intenti.
L’ultima convention dei Jethro Tull , ad Alessandria, ha evidenziato tante cose pregevoli, ma ha anche dimostrato a noi fan presenti, che la “formazione” sul palco deve tenere conto di equilibri che spesso non hanno niente a che vedere con la musica, e la gestione degli uomini, come spesso accade nella vita di tutti i giorni, diventa la vera difficoltà del momento.
Ad Alba ho visto la perfezione di intenti che sintetizzerei con lo slogan: “un unico obiettivo per tutti”.
Ecco svelata l’idea del titolo iniziale.
Il risultato è stato grandioso, sottolineando che per me la grande performance non é quella tecnicamente perfetta, ma quella che ti lascia qualche brivido alla fine del bis, quella sensazione di leggera ebbrezza con cui si convive per tutto il viaggio di ritorno.
Io questa euforia l’ho mantenuta da Alba a Savona.
Ma chi c’era sul palco?
Basta suspence.
Il cartellone prevedeva l’esibizione della Beggar’s Farm, come spesso accade con Clive Bunker, con l’aggiunta di due pilastri del prog italico, dall’illustre passato e dal luminoso presente: Rodolfo Maltese e Bernardo Lanzetti.
Prima di parlare dell’aspetto musicale vorrei raccontare la mia sorpresa al cospetto dell’organizzazione, che fa capo ad un club di fan dei Jethro Tull , la maggior parte dei quali, della città di Alba.
Avevo letto e sentito di “appassionati tullici”, in quella zona, ma mi ero fatto l’idea di una piccola entità tenuta unita dal solito collante che noi amanti dei Jethro conosciamo.
E invece ho trovato qualcosa di molto organico, e sono rimasto sorpreso nel sapere che quello che pensavo fosse un gruppetto è in realtà formato da 129 persone (io sono stato il 130esimo ad iscrivermi).
Grazie all’intraprendenza di questi “soci”, il fanclub si muove in maniera autonoma, organizzando eventi “privati”, più volte nell’arco dell’anno.
In questo caso specifico l’evento è stato identificato come “Tribute Festival”, all’interno del contesto “VINUM” e si è svolto all’Auditorium Fondazione Ferrero.
Sottolineare che l’ingresso era gratuito mette in rilievo la capillare cura dei particolari organizzativi.
Complimenti!
Un po’ di cronaca.
Arrivo un ‘ora prima del concerto e contatto Wazza Kanazza, in bilico tra la passione Jethro e quella Banco.
Mi introduce nei meandri del backstage e saluto Franco Taulino e Andrea Vercesi, i Beggar’s che conosco personalmente, e Wazza favorisce il mio contatto con Rodolfo Maltese e Bernardo Lanzetti, mentre Clive Bunker è in un angolino a ripassare i passaggi di cui sarà protagonista di li a poco.
Ecco qui un altro aspetto della globalizzazione a cui accennavo, fortemente influenzato dalle nuove tecnologie!
Mi trovo davanti personaggi di cui mi nutrivo attraverso le pagine di Ciao 2001, inarrivabili, lontani continenti da me. Ora è possibile scambiare due parole, incrociare le mail e strappare la promessa di un’intervista futura.
Persone semplici, nonostante facciano parte della storia della nostra musica, e questo la dice lunga sul lato umano.
Il teatro contiene forse 300 persone e i posti sono quasi tutti occupati.
Mi siedo molto decentrato, in galleria, in una posizione adatta alla realizzazione di qualche ripresa video, ma la visuale è ottima ovunque.
Ritorno al titolo.
L’idea che mi ero fatto, leggendo i nomi degli artisti, era quella di esibizioni separate, stratificate per genere, con qualche occasionale compartecipazione, magari alla fine.
E invece no.
Non ho visto nessun tributo ai Jethro Tull, ma ho visto un più elevato tributo alla musica prog, con la miscela tra frammenti storici italiani e andersoniani.
Nonostante Taulino a fine concerto mi abbia detto di aver avuto poco tempo per provare, tutto sembrava molto ben studiato nei minimi dettagli. Forse è normale che dei professionisti raggiungano l’intesa in poco tempo, ma a me non sembra una cosa scontata.
Il nocciolo duro on stage è rappresentato dalla Beggar’s, davvero professionali nell’oscillare tra i vari repertori, e la giovane fiatista presente in un paio di brani contribuisce con gusto alla loro realizzazione .
Lanzetti provoca i primi brividi quando inizia con : “…Can you tell me where my country lies…”
Chiudo gli occhi e ritorno indietro nel tempo!
Grande emozione per una voce che reputo tra le migliori, e non solo entro i nostri confini.
Si prosegue con altri brani Genesis (Firth of Fifth) , PFM( Traveler, Chocolate King e Impressioni di Settembre), Lanzetti (The Battle), BANCO (Non mi Rompete, R.I.P., E mi Viene da Pensare) , il tutto infarcito da canzoni dei Tull( Serenade to a Cuckoo, Bourèe, Aqualung).
Sembrerebbero “episodi” entro la norma, ma non è così.
Sentire R.I.P., per esempio, con Bernardo alla voce, Clive che aumenta il ritmo come un forsennato mentre Rodolfo lo osserva tra lo stupito e il divertito…non è cosa da tutti i concerti!
Vedere Maltese che suona la chitarra in Aqualung è fatto almeno inusuale!
E pensare a Bunker impegnato in passaggi “morbidi” in Impressioni di Settembre è un altro miracolo!
PFM, BANCO, Jethro Tull, Genesis… la “nostra “ musica più cara rimescolata e distribuita ad attori diversi, che la apprezzano, e la restituiscono carica di significati.
Questa è la globalizzazione che ottiene successo!
E in tutto questo c’e’ lo spettacolo, c’è Clive che scimmiotta se stesso, e c’è un Bernardo Lanzetti che incita il pubblico, esageratamente composto, e si dimostra un uomo da palcoscenico.
Grande novità per me l’impiego del Glovox, uno strumento che richiede l’utilizzo di un guanto collegato elettricamente ad un collare che sfrutta le vibrazioni delle corde vocali e le trasforma in suoni inusuali.



La regia è ben salda nelle mani di Franco Taulino, flautista, cantante, ma non solo.
Oltre al già citato Andrea Vercesi alla chitarra acustica, sul palco c’erano Marcello Chiaraluce alle chitarre, Kenny Valle alle tastiere, Andrea Garavelli al basso e Sergio Ponti alla batteria.
Dopo i ringraziamenti dell’organizzazione il bis di rito, e lo spettacolo si conclude con Locomotive Breath.
La magia finisce, tutti sono soddisfatti e si apre una bottiglia per brindare al successo dell’evento.
Forse è stata aperta una nuova strada, o più semplicemente è stata vinta una piccola sfida.
Ci si muove spesso con motivazioni differenti, ma in questo caso nessuno, credo, abbia da lamentarsi del risultato finale.
Tempo permettendo, mi aspetta un altro “Beggar’s+ Clive “ ad Arenzano, a due passi da casa, Teatro Italia all’aperto, dopo pochi giorni.
Saluto prima di congedarmi e racconto a Bernardo di averlo visto a Genova, nel ’73, con gli Acqua Fragile, spalla dei Gentle Giant, e lui” ..ma allora ti ricorderai che in quell’occasione ho mandato a quel paese…”
Bella serata… davvero una bella serata!


video

giovedì 23 aprile 2009

Fabrizio Poggi & Chicken Mambo


Giorno dopo giorno ho la conferma che le attuali tecnologie a nostra disposizione abbiano ruolo fondamentale nel senso della socializzazione, delle nuove conoscenze e dell’avvicinamento di mondi molto lontani tra di loro.
Come sono arrivato a Fabrizio Poggi?
Carlo Aonzo (inutile spiegare chi sia), l’artista che mi ha avvicinato al mandolino, sapendo del mio amore per il blues, mi scrive testuali parole:

"...ci sono delle cose interessanti che ti devo raccontare sul
mandolin blues che sembra avere forti connessioni con gli italiani.
Tutto parte da diverse foto di neri con mandolino bowl back.:
Se hai tempo datti un'occhiata al sito di Fabrizio Poggi che parla dei
Delta Italians e di Rich del Grosso. Poi mi dici cosa ne pensi. "

Contatto Fabrizio che, in collaborazione con la sua metà, Angelina, si dichiara disposto a rispondere ad alcune domande, e quasi mi ringrazia.
Certi segni di umiltà sono, a mio avviso, caratteristica indelebile del grande personaggio.
Nelle sue risposte ampie e dettagliate ci sono elementi “storici” accanto all’attualità, e anche questa intervista, come quelle realizzate precedentemente, si trasforma in qualcosa di didattico che mi gratifica ampiamente e potrà soddisfare più di una curiosità.

L'intervista.

Domanda scontata, dopo la premessa: qual è la tua immagine più "antica" del mandolino nella musica blues?
Più che una immagine vera e propria, sono stati tanti i bluesmen da me incontrati in questi anni in Mississippi che mi hanno confermato che il mandolino nei primi decenni del secolo scorso era molto popolare nel blues e tra la popolazione afroamericana. Purtroppo se sono rare le immagini che ritraggono neri che imbracciano un mandolino, le registrazioni di blues suonato con il mandolino, per contro, sono ancora meno. Ciò lo imputo, presumibilmente, all'industria discografica dell’epoca che era praticamente gestita dai bianchi ai quali probabilmente non piaceva che i neri suonassero uno strumento che per loro era legato agli italiani tutti "pizza, coltello e mandolino"... Questo, non tutti lo sanno, è un altro filo rosso che comunque lega noi italiani al blues. Gli afroamericani avevano conosciuto questo strumento grazie ai nostri emigranti che se lo portavano appresso quando andavano a "cercare fortuna" in America. I neri che avevano importato il "banjar" (che diventerà presto "banjo") dalla natia Africa, abbandonarono presto questo strumento che gli era stato in qualche modo "rubato dai bianchi" e prima di passare alla chitarra, suonavano il mandolino che in qualche modo avendo quattro corde (seppur doppie) si avvicinava al banjo.
Inoltre altri uomini di blues che ho avuto il privilegio di incontrare a Chicago mi hanno raccontato che in città durante gli anno 30 non c'erano solo Johnny Young e Yank Rachel a suonare il mandolino. Tantissimi erano i chitarristi blues che per racimolare qualche dollaro si esibivano (senza cantare naturalmente) suonando con il mandolino le canzoni classiche del nostro repertorio italiano nei tanti ristoranti italiani della città che all’epoca erano gestiti dai boss della mafia italiana come Al Capone e soci. Quindi più di un bluesmen sapeva suonare il mandolino. Il problema è che poi l'industria discografica non li faceva incidere. Gli stereotipi erano duri a morire fin da allora.
Inoltre c’è un’altra interessante storia, che lega noi italiani al blues.
Alla fine dell’ottocento, quando i neri inventarono il blues, erano tanti gli italiani che lavoravano in Mississippi. Erano tanti gli italiani che, lavorando nelle piantagioni, fianco a fianco con i neri, raccoglievano cotone, malaria e canzoni. E allora chissà se forse, nelle vene del blues, non scorra anche un po’ di sangue italiano.
Nessuno saprà mai quanto di italiano ci sia nella “musica del diavolo”. Magari poco o niente. Di certo la storia dei “Delta Italians” è affascinante e testimonia che italiani e neri vivendo e lavorando insieme hanno sopportato fatiche e dolori che non potevano che sfociare nel canto. E di sicuro i neri e gli italiani cantavano nei campi. Probabilmente ognuno cantava la propria canzone. Ma lavoravano fianco a fianco negli stessi campi di cotone. E la musica, si sa, è come il vento, non si può fermare. Ti entra dentro anche se non lo vuoi. Nessuno può dire con certezza che le canzoni cantate dagli italiani non siano entrate in qualche modo in quelle cantate dai neri… Quello che è certo è che il canto unisce davvero i poveri e gli sfruttati di tutto il mondo ed è l’unica medicina veramente efficace contro la malinconia e contro quello che Cesare Pavese chiamava “il male di vivere”.
La storia tragica e commovente dei Delta Italians si può leggere sul mio sito
http://www.chickenmambo.com/

Nella mia città, Savona, c'è un locale che già conosci, il Raindogs, che si dedica prevalentemente al blues .
Tra pochi giorni ti esibirai insieme a molti altri bluesman a Varazze.
Eppure il blues è un po' musica di nicchia, che non fa parte della nostra tradizione.
Come giudichi il momento fortunato, almeno dal punto di vista della partecipazione?
A giudicare dal numero di festival blues che ci sono attualmente in giro, mi sembra che il futuro del blues in Italia sia più che roseo. Ci sono tantissimi bravi e giovani musicisti ed il mondo del blues italiano è davvero colmo di eccellenti “promesse” e ottime “conferme”. Certo niente è facile, ma quando si sceglie di suonare il blues si sa già che la strada sarà in salita. Ma dandoci dentro con passione e tenacia si possono avere grandi soddisfazioni.
Io credo che si debbano ringraziare tutte le persone che in questi anni con grande spirito di sacrificio e abnegazione hanno fatto tanto affinché il blues uscisse dalla ristretta cerchia degli appassionati.
Anche uno spazio come quello che tu gestisci sulla rete, è preziosissimo e di grande aiuto per chi come me considera il blues non una pura musica d’evasione ma qualcosa di più, qualcosa che ti fa diventare più ricco dentro. Qualcosa che ti riempie l’anima e la vita. A proposito di “nicchia” io amo sempre chiedere a me stesso e agli interlocutori che spesso mi chiedono se non sia in qualche modo frustrante suonare in piccoli spazi e per pochi appassionati rispondendo con altre domande. Dove si gustano i sapori migliori? Nella
mensa aziendale che sforna 3000 coperti al giorno o in quel ristorantino in collina, difficile da raggiungere e che ha solo cinque tavoli a disposizione e quindi bisogna prenotarsi con un certo anticipo (e non sempre si trova posto)? E chi è più bravo a stuzzicarci il palato? Il cuoco della mensa o quello trattoria?

A leggere delle tue collaborazioni c'è da rabbrividire, eppure emergere in questo mondo musicale è cosa davvero complicata. Mancanza di pubblicità? Poca voglia di investire? Occhio rivolto al solo business?
Mah, un po’ tutte e tre le cose.
Non vorrei essere troppo negativo e pessimista ma credo che si stia purtroppo raccogliendo quello che si è seminato. Come dice un mio amico, forse gli ultimi ad avere investito sulla musica in Italia sono stati i nobili mecenati dell'Ottocento che commissionavano opere liriche ai compositori, e quindi possiamo aspettarci ben poco. Sembra impossibile, ma in un’epoca dominata da quello che io chiamo “iPod estremo”, in tempi in cui siamo letteralmente bombardati dal suono, c’è davvero poca musica con la emme maiuscola in giro, quasi non c’è musica nelle scuole, non c'è musica nel tempo libero, non c'è musica nelle famiglie... Si fa fatica ad accettare la musica come un fatto culturale. Un figlio ingegnere o avvocato è la gioia e l'orgoglio dei genitori, un figlio musicista è un capellone drogato perditempo che dà tante preoccupazioni... A meno che non guadagni subito tanti soldi, ovviamente. In altri paesi i ragazzi crescono in famiglie in cui alla domenica mattina è naturale trovarsi a fare musica tutti insieme: il papà strimpella la chitarra, la mamma suona il piano, il fratello più grande “strapazza” il violino e la musica così diventa quotidianità. Qualcosa che fa parte della vita, come il cibo, una passeggiata, guardare un tramonto. Qualcosa che ti aiuta a vivere. Che ti arricchisce dentro. Così spesso tutto va avanti senza progetto, senza allegria, senza collegamenti, verrebbe da dire senza speranza, ma io di speranza vivo e quindi sono sicuro che tra le giovani generazioni non so quando e non so come ci sarà qualcuno che troverà il modo di uscire dalle nostre “riserve” musicali. E quello sarà un gran giorno per tutti noi che della musica abbiamo fatto la nostra passione. Il mercato discografico? La logica conseguenza di quanto detto prima: inesistente. Finché la maggior parte dei dischi si vendono ai concerti, non ha nemmeno senso nel nostro paese, secondo me, parlare di mercato discografico. Quelli che ne parlano, spesso, lo fanno solo per riempirsi la bocca e sentirsi importanti. All’estero e in America è tutta un’altra cosa. E infatti lì ho potuto realizzare gran parte dei miei sogni.
Comunque ci sono realtà importanti che da anni fanno molto per promuovere la musica che arriva dal cuore dei musicisti. Mi vengono in mente il negozio di Paolo Carù a Gallarate, le riviste Buscadero, FB Folk Bulletin, il Blues, Musicablack, Jam, Rockerilla e distributori come l’IRD di Franco Ratti. Realtà e persone a cui tutti noi appassionati di blues e dintorni dobbiamo essere grati. Senza dimenticare poi tutti i festival, promoters e i piccoli club che tra mille difficoltà ci portano vicino a casa musicisti di gran pregio. Un esercito di persone che spesso in maniera assolutamente disinteressata e appassionata stanno cercando da anni di far diventare il nostro un paese “musicalmente più civile”.


Ho visto che ti sei esibito anche a Memphis , che ho avuto la fortuna di vedere da poco. In Beale Street si ha l'impressione che il blues sia un elemento vitale, come il pane e l'acqua. Seduti per strada si possono trovare artisti che hanno calcato palchi di tutto il mondo. Qual è la differenza, a parità di talento, tra un musicista europeo e uno nato in Tennessee?
Io non parlerei di differenze, ma ormai nel villaggio globale di “fratellanza musicale”. Da anni sono convinto che ci sia davvero un filo rosso che lega le canzoni dei raccoglitori di cotone del Mississippi a quelle delle nostre mondariso. E’ lo stesso filo rosso che lega Woody Guthrie, Pete Seeger, e tutti i bluesmen a Giovanna Daffini e a tutti i cantanti popolari della nostra terra. Le loro canzoni folk (e il blues e lo spiritual cosa sono se non canzoni folk), vengono tutte da un retroterra comune. Sono canzoni semplici e dirette e hanno una grande anima. Sono canzoni, quelle popolari come il blues, che hanno fatto da colonna sonora alla vita disperata eppure piena di sogni di tante persone da questa e dall’altra parte dell’Atlantico. Le stesse persone che come me, come te e che come tutti coloro che si sentono fratelli nell’amore per un tipo di musica che mira dritto al cuore amano ascoltare. Canzoni in grado di raccontare con parole di immediatezza assoluta e di disarmante sincerità ciò che abbiamo dentro di noi. Che uno sia nato in Europa o in Tennessee, ciò che deve fare è cercare di fare “proprie” quelle canzoni, dandone una visione personale, sincera, onesta e in qualche modo unica. E l’onestà e la sincerità pagano sempre, senza ogni dubbio. Come hai scritto nella precedente domanda, è vero, sono stato fortunato. Ho avuto il privilegio di suonare con grandi della musica di ieri e di oggi: da Garth Hudson di The Band a Zachary Richard, da Willie Nelson a Jerry Jeff Walker, da Eric Bibb a Guy Davis, da Eric Andersen a Otis Taylor a Tom Russell. Eppure la più grande emozione, che mi ha in qualche modo ripagato dei tanti sacrifici che ho fatto in questi anni, l’ho avuta in un piccolo juke joint sperduto del Mississippi quando alla fine di una canzone un’anziana donna nera si è alzata, mi è venuta vicino e mi ha detto: “Hey man you touched my heartMi hai toccato il cuore”. Cosa si può chiedere di più? In quel momento ho capito che avevo imparato la “lingua del blues”. E il grande miracolo del blues è proprio quello di essere una musica così piena di forza e saggezza da riuscire a toccare ogni cuore in ogni parte del mondo. Non importa dove tu sia nato, quale sia la lingua che parli e il colore della tua pelle.
Preferisco mille volte suonare “la loro musica” per gente così, come quella signora, piuttosto che esibirmi negli stadi. Queste sono le piccole ma grandi cose per le quali ho tenuto duro suonando con passione il blues da quasi trent’anni. Alcuni mi chiedono perché suono il blues, ma il perché l’ho persino dimenticato. Forse sarà perché la mia generazione è cresciuta nel mito di Kerouac, Steinback, Bob Dylan. Per noi l’America, potrà sembrare oggi ingenuo, era sinonimo di libertà ed il blues la libertà nella musica, almeno per me: libertà di esprimermi toccando con la mia armonica parti profonde dell’animo umano.
Sempre, quando soffio nella mia armonica un blues, sento davvero che qualcuno più grande di me mi ha dato un grande dono: quello di toccare, a volte, l’anima delle persone. Sento che mi è stato dato il privilegio e la possibilità di toccare le corde più segrete degli uomini, corde che stanno nel profondo della loro anima e che vengono mostrate solo in particolari occasioni, perché appartengono a qualcosa di molto intimo; corde che vibrano solo se si riesce a stabilire un contatto fatto di emozioni semplici e sincere
.

Ho conosciuto Richard Johnston e mi sono innamorato della sua musica.
In questi giorni ho ricevuto la sua mail, inviata ai fans, dove chiede scusa per non aver inviato per tempo il suo nuovo lavoro, non avendo trovato i fondi sufficienti .
Anche oltreoceano i problemi sono gli stessi, quando si parla di musica poco vendibile su MTV?
Sono anch’io un grande fan di Richard Johnston. Credo che sia davvero un artista straordinario dotato non solo di grande talento ma capace di trasmettere emozioni davvero indescrivibili.
Un amico proprio qualche giorno fa, mi ha detto che purtroppo sta passando un periodo difficile a causa di diversi problemi personali. Spero che si risolvano presto.
Difficoltà nell’affermarsi ci sono ovviamente anche in America. Bisogna considerare che là sono davvero tanti i musicisti di gran pregio. E se è vero che in quella terra c’è posto per tutti, ogni tanto non essere al posto giusto al momento giusto può far accadere cose piuttosto incomprensibili come quelle accadute a Willy Deville, che è molto più famoso in Europa che negli States.

A fine anno Fabio Treves ha provato a spiegare ai nostri figli che cos'è il Blues.
Tu come lo definiresti? E' tutto racchiuso nel "...no pain no blues?"

Non conosco ciò che ha espresso il mio amico Fabio a proposito di ciò che rappresenta per lui il blues.
Credo che ognuno viva questa musica in maniera abbastanza diversa e personale. Il mio modo di interpretare questa musica che non è solamente qualcosa che si ascolta, ma qualcosa che si vive quotidianamente credo di averlo espresso ampiamente nelle risposte alle domande precedenti
.

Hai a cuore la divulgazione della buona musica verso le nuove generazioni ? Fai qualcosa di specifico... magari in ambito domestico?
Beh chi mi ha già visto in concerto sa che oltre alle canzoni racconto spesso le storie che ci sono dietro ad ogni brano che canto e suono. E’ molto importante specialmente per una musica cantata in una lingua diversa dalla nostra. Allegato alla mia ultima fatica discografica, “Mercy” c’è un libretto piuttosto corposo in cui racconto perché è nata quella canzone e quale è stato il percorso musicale che l’ha portata sino a noi.
Ho scritto diversi libri tra cui “L’armonica a bocca: il violino dei poveri”, un libro per ragazzi (di ogni età) che racconta la storia dello strumento nella nostra musica popolare; “Il soffio dell’anima: armoniche e armonicisti blues” in cui racconto nel mio stile semplice e diretto, la storia dei grandi dell’armonica blues. Un libro che mi ha dato molte soddisfazioni perché sono stati tanti coloro che mi hanno scritto dicendomi di essersi avvicinati al blues proprio dopo aver letto il mio libro. Un libro che io ho aspettato per quasi vent’anni, (tanto è il tempo che ho dedicato all’armonica) che qualcuno scrivesse, e poi quando ho visto che nessuno si decideva, l’ho fatto io. E’ un libro in qualche modo “unico al mondo” perché, nemmeno negli States esiste una pubblicazione interamente ed esclusivamente dedicata all’armonica blues. Inoltre lo scorso dicembre è uscito un libro dal titolo “I cantastorie: una strada lunga una vita” in cui racconto l’emozionante storia dei leggendari cantastorie pavesi. I più famosi cantastorie italiani. Una storia da non dimenticare.
Inoltre oltre ai libri, tengo mensilmente una rubrica sulla rivista FB Folk Bulletin, dal titolo Blues Borders, e collaboro con diverse riviste sia cartacee sia on line tra cui Buscadero,
http://www.musicablack.com/ e altre.

Qual’è il sogno musicale che sei riuscito a realizzare, quello che idealizzavi sin da bambino, e quale quello che vorresti prendesse forma... prima o poi?
Gran parte dei sogni che avevo da bambino, li ho realizzati. Volevo imparare a suonare l’armonica e ci sono riuscito. Volevo mettere su una band e i Chicken Mambo sono ormai una realtà consolidata nel mondo del blues nazionale, e non solo, da oltre vent’anni. Certo quando ero un ragazzo non avrei mai pensato che un giorno avrei suonato con tanti dei miei eroi di quegli anni conquistando la loro stima e ricevendo da loro amicizia e buone vibrazioni.
Prova solo ad immaginare cosa vuol dire per un ragazzo che a sedici anni strimpella la sua chitarra nella stanzetta di una piccola città della provincia italiana, cercando di “andare dietro” ai dischi dei grandi e piccoli (solo per notorietà) musicisti che stanno a migliaia di chilometri da lui, e un giorno, quasi per caso, o meglio “per miracolo” (perché “là” certe cose possono succedere davvero), ti trovi in uno studio di registrazione con Jerry Jeff Walker, Garth Hudson di The Band, Zachary Richard, Ponty Bone, Jimmy LaFave che cantano le canzoni che tu hai scritto in un altro posto lontano da lì, ma che loro stessi (i tuoi eroi) ti dicono sono belle come quelle che si sentono dalle loro parti. Beh lì il tuo cuore viene messo a dura prova.
Anche suonare negli States è stato un sogno che è diventato realtà. Non è stato facile. All’inizio c’era da vincere la diffidenza di chi va ad esibirsi in posti dove sicuramente “non hanno bisogno di una band italiana che vada a suonare la loro musica”. Ebbene con la nostra grande passione siamo sempre riusciti a vendere “il ghiaccio agli eschimesi”. La gente negli States non è “educata” come da noi. Se non gli vai a genio te lo dice con sincerità, ma se riesci a conquistarla, ti dà soddisfazioni che sono difficili da raccontare. Non erano posti “facili” quelli, dove andavamo a suonare, spesso erano club dove fino a 10 anni prima c’era la rete a protezione del palco. Erano locali dove, davvero, guardando le foto alle pareti ci trovavi scritta la storia della musica americana degli ultimi 50 anni. E poi, scorrendo il programma ti trovavi a suonare in un locale dove lo stesso mese c’erano (o c’erano stati) i più bei nomi della scena musicale americana!.
Parecchi dei miei sogni si sono realizzati grazie alla mia “dream catcher” ovvero a mia moglie Angelina,
la mia compagna di vita, che per me, è molto più di una moglie. E’ la persona che io vi auguro, auguro a tutti di incontrare nella vita. Auguro a tutti di incontrare un’ Angelina o un Angelino che, come canto nella canzone a lei dedicata, quando vi perderete nella vostra vita, e a volte capita, vi riporta a casa, come sempre.
Angelina mi ha aiutato a venire fuori da un buco nero in cui ero caduto qualche anno fa e mi è sempre stata vicino nei miei progetti. Chi conosce un po’ la mia storia e quella dei Chicken Mambo sa che molte cose che ci sono accadute in questi anni non sarebbero successe senza il “magico” intervento di Angelina.
E ad aiutare l’Angelina a realizzare i miei sogni, ci sono gli straordinari musicisti con i quali ho la fortuna di condividere il mio percorso: Maurizio “Micio” Fassino alle chitarre, che collabora con me da quasi 25 anni ed è uno dei più bravi suonatori di chitarra acustica in Italia e non solo e ha suonato con diversi artisti americani; il bravo Bobby J. Sacchi, la nostra anima folk, alla fisarmonica, Gianfranco “French” Scala, un ottimo musicista abile sia alla “slide” sia alla chitarra acustica ed elettrica; e una sezione ritmica davvero eccellente composta da due musicisti di gran pregio: Roberto Re al basso e Stefano Bertolotti alla batteria. Stefano Bertolotti oltre ad essere il proprietario dello studio dove ho registrato le mie ultime fatiche discografiche (l’Ultra-Sound Studio) è diventato in questi ultimi anni un musicista di livello davvero internazionale: tanto che parecchi musicisti statunitensi lo hanno ingaggiato per suonare nei loro tour europei. E poi, da non sottostimare, il fatto che tutti i componenti della band alle eccellenti doti musicali uniscono una simpatia e un’umanità davvero uniche. Suonare con loro è per me un altro grande privilegio e l’essere circondato da musicisti di questa caratura mi dà una grande sicurezza sia dal vivo che in studio. E quando suonano hanno un cuore e una passione che posso veramente sentire quando condivido il palco con loro.

La musica ha la peculiarità di permettere, a chi la suona, per mestiere o per diletto, una longevità impossibile in altri campi. Esiste però una fascia di età in cui si evidenzia la piena maturazione artistica? E se sì, quanto può durare?
Mia moglie Angelina, dice spesso come battuta che nel nostro paese si accorgono di te soprattutto dopo morto. O comunque quando sei molto anziano.
Cioè quando praticamente gioire dei tuoi successi è in qualche modo limitato dall’età che avanza e dalle tante delusioni che hanno indurito anche il più sensibile dei cuori.
Certo i musicisti a volte, perché non sempre capita, bisogna essere fortunati anche qui, possono sopravvivere anche oltre la loro scomparsa da questa terra. La loro musica come canta Billy Joe Shaver in una sua bellissima canzone will live forever – potrà vivere per sempre.
Per quanto riguarda la longevità artistica ognuno ha la propria storia. Ci sono persone che cantano per anni la stessa canzone e altre che si mettono in gioco fino al giorno prima di andare in paradiso. Certo quello che conta è invecchiare con la propria musica rimanendo giovani dentro. Sembra facile e sembra una frase fatta ma è difficilissimo. Ed è una cosa che sembra accadere solo ai più grandi.

Mi racconti qualcosa relativamente ai tuoi progetti futuri?
Sicuramente ci sarà presto un nuovo disco anche se adesso non so ancora quali saranno le canzoni che vorrò incidere e quale sarà la strada che prenderà la mia musica. Magari uscirà fra sei mesi o magari fra dieci anni. Tutto questo non dipende solo da me. In questo periodo sto ultimando la scrittura di un libro in cui protagonista assoluto sarà ancora una volta il blues con le sue storie affascinanti e coinvolgenti.
La vita mi ha purtroppo insegnato a non fare progetti a lunga scadenza, ma a vivere il mio futuro di giorno in giorno.
Ogni mattina mi sveglio con la testa piena di nuove idee e nuovi progetti e il mio cuore e la mia anima piena di sogni, ricordi bellissimi e di emozioni indescrivibili. Ma se le emozioni riesco a trasmetterle agli altri attraverso la mia musica, i sogni finché non si realizzeranno, preferisco tenerli nello scrigno segreto del mio cuore.


Breve Biografia

Fabrizio Poggi, cantante, armonicista, viaggiatore, sognatore, scrittore e giornalista, leader dei leggendari Chicken Mambo, premio oscar Hohner Harmonicas, 12 album incisi, di cui tre registrati negli Stati Uniti, ha suonato e inciso con tanti grandi del blues, del rock e della canzone d’autore tra cui Garth Hudson di The Band e Bob Dylan, Willie Nelson, Jerry Jeff Walker, Zachary Richard, Steve Cropper, i Blues Brothers, Ponty Bone, Otis Taylor, Guy Davis ed Eric Bibb.
Il suo lavoro più recente Mercy un album di spiritual blues dedicato a Martin Luther King è stato eletto disco consigliato e disco italiano dell'anno dalla prestigiosa rivista Buscadero con quattro stelle e parole che lo descrivono come un disco prezioso, da assaporare nota dopo nota.
Chi ha già ascoltato il disco e assistito al concerto che ne è scaturito ha definito la musica di Fabrizio Poggi colta e gentile, intensa e interiore, commovente e profonda.
Altri ancora hanno detto di aver raramente ascoltato canzoni e storie di questa dolcezza e di questa umanità.
Canzoni in cui ci sono cuore, spiritualità, sentimento, amore. Per la musica, per la vita.

Per saperne di più, ascoltare la sua musica, leggere le sue storie di blues e vederlo in azione con i suoi amici ed eroi musicali visitate il sito
: http://www.chickenmambo.com/ .









martedì 21 aprile 2009

Metamorfosi


Metamorfosi furono un gruppo romano, tra i primi esempi di rock progressivo italiano, formatisi nel 1970 su iniziativa del cantante Jimmy Davide Spitaleri e del tastierista Enrico Olivieri.
Il primo album a loro nome viene realizzato nel 1972. S’intitola “…E fu il sesto giorno”, dove la formazione si giova soprattutto della grande voce di Jimmy Davide Spitaleri per arricchire atmosfere tardo-beat; un buon album con liriche citano spesso la figura di Cristo e ostentano un pacifismo molto anni Sessanta, ad esempio in “Hiroshima”.
Ma è il secondo disco che impone Metamorfosi all’attenzione degli appassionati: “Inferno”, l’opera che li ha consacrati allo stato di cult band: uscito nel 1973, è un “concept” del periodo, ispirato alla Commedia di Dante. I testi aggiornano il poema originale collocando anche “politicanti”, “razzisti” e “spacciatori di droga” tra le fiamme eterne.
Le tastiere di Enrico Olivieri dominano il sound del disco, decisamente più maturo e intonato al soggetto, dunque gotico e dark. Suggestiva nel contesto anche la voce carismatica del cantante. Nonostante siano passati più di 30 anni dalla pubblicazione del disco gli argomenti trattati risultano ancora attualissimi.
Dopo questo album, il gruppo si scioglie e il terzo disco, in preparazione, non viene più portato a termine.
Successivamente Spitaleri pubblicherà un paio di dischi da solista.
Negli anni 90 il tastierista ed il cantante tornano assieme con una nuova potente sezione ritmica formata da Fabio Moresco alla batteria e Leonardo Gallucci al basso e chitarra, e dopo vari concerti, nel 2004 il terzo album dei Metamorfosi vede finalmente la luce.
Si intitola “Paradiso”, ed è la naturale prosecuzione del precedente.
Attualmente la band, sta per concludere la trilogia, con la composizione “Purgatorio”, il nuovo album abbinato all’uscita di un DVD live del concerto avvenuto nella chiesa di “Santa Galla” con il maestoso organo dell’ottocento (oltre 5000 canne e 80 registri).



lunedì 20 aprile 2009

Campo di Marte



I fiorentini Campo di Marte furono un’altro di quei gruppi che, nonostante un buon contratto discografico con una grossa etichetta (che fu, tra l’altro, l’unico tentativo della United Artists di produrre un gruppo italiano di prog), realizzarono un solo album per poi sparire.
Il gruppo venne formato nel 1971 dal chitarrista Enrico Rosa e dal batterista/flautista Mauro Sarti, che avevano precedentemente suonato con gruppi minori come Senso Unico e La Verde Stagione, insieme al bassista italo-americano Richard Ursillo (chiamato Paul Richard nelle note di copertina dell’album perché “suonava meno italiano”).
Il tastierista Alfredo “Carlo” Barducci era un musicista diplomato in corno francese, e il gran numero di strumenti suonati diede al nuovo gruppo la possibilità di unire un rock di ispirazione classica con mille influenze, ottenendo un suono ricco e variegato.
Un quinto componente fu il batterista Carlo Felice Marcovecchio, conosciuto per la sua attività con il celebre gruppo fiorentino dei Califfi, e la presenza di un secondo batterista diede a Sarti la libertà di suonare il flauto in molti brani.
Il gruppo ebbe una buona attività live, suonando con diversi nomi, finché quello definitivo, Campo di Marte (da un quartiere di Firenze), venne deciso durante le registrazioni dell’LP.
I testi dell’album si riferiscono alla stupidità delle guerre, e in contrasto la copertina contiene un’illustrazione di antichi mercenari turchi che infliggono a se stessi delle ferite per dimostrare la loro forza ed il loro coraggio. Lo stesso disegno venne usato nei poster del gruppo.

Campo di Marte è un bellissimo album, non particolarmente originale ma molto ben composto, suonato e cantato, con alcune parti orchestrali che possono ricordare il lavoro successivo dei Maxophone, con grande uso di flauto e corno francese.


Il buon uso di chitarra e tastiere in tutto l’LP lo rendono un album essenziale in ogni collezione di prog italiano.
I sette brani sono intitolati in sequenza (dal Primo tempo al Settimo tempo) come i movimenti di una composizione sinfonica.
Un brano, registrato insieme al resto dell’LP, Si può riuscire, del quale era prevista l’uscita su 45 giri, non è mai stato pubblicato.
Sfortunatamente un lungo tempo passò tra la composizione del disco e la sua registrazione e pubblicazione, e i musicisti avevano completamente perso l’interesse nel gruppo quando uscì il lavoro.
Il disinteresse era stato accresciuto dalla assoluta mancanza di promozione da parte della casa discografica, che aveva anche costretto il gruppo a modificare alcuni testi.
Il chitarrista Enrico Rosa (che era stato anche il compositore dell’intero album) registrò un secondo album del Campo di Marte che era piuttosto un album solista, totalmente diverso dal disco di esordio, ma questo non venne mai stampato dalla United Artists, che lo considerava poco commerciale.
Rosa si trasferì in Danimarca nel 1974 ed è tuttora un musicista professionista in quel paese, avendo avuto una lunga attività come chitarrista di studio e musicista solista nel campo del jazz e della musica classica.
Il bassista Paul Richard ricomparve nei Sensations’ Fix con il suo vero cognome Ursillo, a ha suonato con questo gruppo in tutti i suoi album. Ursillo aveva suonato negli anni sessanta con il gruppo fiorentino Chewing Gum (conosciuti in precedenza come Black Angels) con un unico interessante singolo dal suono hard uscito nel 1968 (Senti questa chitarra/Tu sei al buio - RCA Talent T15). Anche il batterista Marcovecchio ha collaborato con i Sensations’ Fix di tanto in tanto. L’altro batterista, Mauro Sarti, ha suonato più tardi con la Bella Band, con un album per la Cramps nel 1978.
Nel 2003 il gruppo è stato riformato dai componenti originali Enrico Rosa e Mauro Sarti, insieme con Eva Rosa (flauto dolce), Matin Alexandr Sass (tastiere) e Maurilio Rossi (basso), per alcuni concerti in Toscana e per la registrazione del CD live Concerto zero.

Il doppio album comprende la registrazione di un concerto del 1972, originariamente uscito su un LP promozionale in copia unica stampato dal gruppo, e tutto il concerto del 2003 della nuova formazione.
http://www.italianprog.com

venerdì 17 aprile 2009

De De Lind



De De Lind furono un gruppo di rock progressivo italiano formatosi nel 1969.
Nata nel Varesotto, poi trasferitasi a Milano, la band assume il nome di una modella, scelta come Miss Playboy nel 1967.
Gli esordi sono nel filone pop-beat con una serie di 45 giri e di partecipazioni a festival, prima di approdare al rock progressivo, nel 1973 con l’unico album inciso per l’etichetta Mercury.
Il Long Playing si segnala per le delicate melodie, sottolineate dal flauto ed alternate a momenti rock e riff chitarristici più duri, ma anche per il chilometrico titolo: “Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò. Uomo è il nome che mi han dato”, che costituisce il testo intero dell’ultimo brano dell’album.
In linea con le tendenze del tempo, il disco è costruito intorno ad una trama concept, costruita intorno ai temi della guerra e della memoria.
La mancata affermazione commerciale è alla base dello scioglimento della formazione, il cui cantante, Vito Paradiso, intraprenderà una carriera in proprio incidendo due album, nel 1978 e nel 1980, nei quali si avvale della collaborazione di musicisti provenienti da gruppi affermati, quali il Banco del Mutuo Soccorso e gli Area.
A partire dagli anni ‘90, con la nascita delle etichette indipendenti specializzate nella ristampa di album progressivi, i De De Lind sono riscoperti ed il loro album è riconosciuto come uno dei più riusciti nel suo genere.



Formazione
Vito Paradiso: voce chitarra classica
Gilberto Trama: fiati
Matteo Vitolli: chitarra elettrica
Eddy Lorigiola: basso elettrico
Ricky Rebajoli: batteria

Discografia
LP :
Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò. Uomo è il nome che mi han dato ( 1973 )
Singoli:
Anche se sei qui / Come si fa? ( 1969 )
Mille anni / Ti devo lasciare ( 1970 )
Signore dove vai? / Torneremo ancora ( 1971 )
Fuga e morte / Paura del niente (1973)


giovedì 16 aprile 2009

Quella Vecchia Locanda



Quella Vecchia Locanda fu un gruppo romano costituito da sei musicisti molto preparati, i quali riuscirono con abilità a unire la musica classica con gli stilemi del rock, del folk e della canzone tradizionale.
L’omonimo album affida l’apertura al brano "Prologo" cui segue il rock di "Un Villaggio Un Illusione", dove si odono echi lontani dei Jethro Tull, responsabile il largo impiego del flauto.
Il terzo brano, "Realtà", è un elegante collage sonoro tratteggiato dall’arpeggio della chitarra, dai contrappunti del piano, dalla raffinata dolcezza del flauto che insieme si occupano di sorreggere e dirigere l’esile canto.
Raramente si respira un aria solenne o pomposa, forzatamente epica; semmai lo spirito colto di questa musica risiede nella trasposizione stilistica di cose molto più vicine alla romanza che non alla musica sinfonica; ciò mette in evidenza la propensione del gruppo a proporre un rock progressivo tutt’altro che di maniera.
Una situazione a tutto vantaggio dell’intero lavoro che perciò non si contorce su se stesso come in una sorta di compiacimento puramente estetico formale dettato da manie di magniloquenza, piuttosto si rende agile, snello, capace di mettere in campo una freschezza che ancora oggi è facilmente riscontrabile.
"Il Cieco" si presenta con un ritmo etno-tribale improvvisamente surclassato dal morbido mantello di suoni delle tastiere, dei flauti e del violino al quale è successivamente affidato l’intenso finale del brano. Non manca lo strumento principe del prog, il moog, che si occupa di introdurre "Dialogo", brano che si apre di li a poco ad una esuberante vena jazzata.
Uno dei pezzi più significativi dal punto di vista della compenetrazione di diversi e opposti stili è ben rappresentato dal brano "Verso La Locanda"; qui musica colta, folk, rock e canzone trovano la loro quintessenza applicativa. Il canto è sempre in bella evidenza, cortese e non urlato sembra quasi non voler turbare gli equilibri occupandosi semplicemente di declamare versi in perfetta sintonia con le variazioni armoniche. Il brano finale, "Sogno Risveglio e…", si avvale di una forma espositiva che riporta alla mente certa musica da camera riuscendo a trasmettere evidenti sensazioni di serenità; improvvisamente il suono del violino si fa secco e asciutto, un po’ alla “Paganini”, e ci riporta indietro nel viaggio fino a ripercorrere il tema principale con il quale hanno preso il via le danze (Prologo).
L’epilogo è affidato alle languide note del piano che trasmettono una dolce sensazione di malinconia. Un grande esempio di musica ad alto contenuto emotivo, dal grande valore artistico.
Quella Vecchia Locanda nel 1974 pubblicherà un altro album dal titolo Il Tempo Della Gioia di ottima fattura ma un tantino al di sotto dell’omonimo esordio.

(Note reperite online)

mercoledì 15 aprile 2009

Il Volo... quello originale!



Il Volo fu una band che a cavallo tra il 1974 e il 1975 diede vita a due ottimi album (Il Volo e Essere o non essere?) in un mix di melodia, sinfonia e qualche accenno fusion.

Forti di intelligenti e interessanti modi di composizione musicale, Il Volo furono uno di quei gruppi che ebbero un buon riscontro fra gli amanti del genere, che rivedevano in loro una forma musicale più semplice delle colonne portanti del panorama italiano, Banco e P.F.M., con alcuni richiami alle grandi star straniere come E.L.P. e King Crimson.

Il gruppo era composto da: Alberto Radius (chitarra, voce), Mario Lavezzi (chitarra, mandolino, voce), Vince Tempera (tastiere), Gabriele Lorenzi (tastiere), Bob Callero (basso), Gianni Dall’Aglio (batteria, percussioni, voce).



martedì 14 aprile 2009

Mauro Pelosi


Mauro Pelosi inizia il suo cammino tra le strutture della industria discografica nel 1972, presso la Phonogram.
Il pessimismo e il senso di angoscia che lo contraddistinguono sono annunciati già dai titoli del primo 45 giri: “Vent’anni di galera”, lato b “Suicidio”. “La stagione per morire”, uscito poco dopo, è invece il titolo del 33 giri.
Poco più di un anno dopo Pelosi incide altri brani contenuti in un nuovo album, “Al mercato degli uomini piccoli”. Le tematiche esistenzialiste sono sovrapposte al tema dell’amore, visto come ipotetica ancora di salvezza.
Nessuno di questi due lavori incontrò i favori del grande pubblico, e Pelosi decise allora di rientrare nei ranghi.
La pausa durò fino al 1976, quando Pelosi ritentò con nuove proposte: prima un 45 giri, “Una lecca lecca d’oro”, poi qualche mese più tardi con un LP senza titolo, “Mauro Pelosi”.
I testi sono un pò cambiati,ed è mutata la prospettiva di Pelosi: “Ho sentito l’esigenza di staccarmi dai problemi individuali che potevano riguardare solo me, in fondo sterili; mi sono avvicinato a quelli di tutti, in una prospettiva psicologica e politica”.
Neanche in questo caso le vendite gli forniscono dati positivi.
Pelosi ha una nuova pausa; bisogna infatti attendere fino al 1979 per ascoltare le canzoni del nuovo album. Si intitola “Il signore dei gatti”, le sonorità sono più ariose, le liriche più elaborate, ma anche questo lavoro gli dà poche soddisfazioni, e di Mauro Pelosi si perdono definitivamente le tracce.

"... non ho smesso mai di comporre e di sognare... mi piace troppo... la musica che scrivo adesso e' per me e per i miei amici... pero'... mi piacerebbe farvela ascoltare...