sabato 25 aprile 2009

Lorenzo e l'isola di Wight


Sul questo blog ha già scritto per me Lorenzo Costantini, musicista e musicofilo romano, amante di certa buona musica, quella dei Jethro Tull in primis, e testimone diretto di molti avvenimenti accaduti nella capitale, e non solo, ad inizio anni 70.
I suoi ricordi sono infiniti e leggendo il suo pensiero si rispolverano sentimenti antichi che ormai sono di pochi.
Quelli erano i giorni in cui era diffusa l’idea che il mondo si potesse cambiare con la musica, e che attraverso questa, e l’amore, si potesse arrivare alla pace.
Insomma ,“fiori nei cannoni”, come dicevano “I Giganti” e la sensazione di avere in mano le leve del cambiamento, e tutto questo era reso possibile dalla musica, quella musica che ancora oggi, io e Lorenzo ascoltiamo.
Sogni irrealizzabili? Utopie di gioventù? Speranze illusorie?
Cosa è andato storto? Cosa si poteva fare di meglio?
Forse Lorenzo ci darà la sua autorevole opinione; per oggi mi accontento di raccogliere un suo sogno, che poteva tramutarsi in realtà , ma così non è stato.
Per quelli della mia generazione, l’ho detto più volte, ci sono tre eventi che rappresentano la storia del rock, tre festival riferimento: Monterey , Woodstock e Wight.
Il fascino di trovarsi davanti a chi ha suonato in uno di questi tre appuntamenti è enorme.
Quando due anni fa ho visto The Who ho pensato che avevo di fronte l’unico gruppo che aveva partecipato ai tre eventi!!
Quando lo scorso anno ho visto Johnny Winter da pochi metri, ho pensato che ero vicino a una leggenda che aveva partecipato a Woodstock!!
Quando vedo suonare Clive Bunker (mi è capitato più volte), non posso fare a meno di pensare che lui, il mitico Clive, ha suonato a Wight!!
Ho spesso immaginato cosa volesse dire per gli spettatori di quell’ultimo festival trovarsi davanti una band come i Tull, completamente diversa dal resto del panorama del momento, e quell’esibizione di “My God”, con il flauto “usato” in tutti i modi possibili, deve essere stata schoccante, rivelatrice e premonitrice.
Io a Wight non sarei mai potuto arrivare perché nel 1970 avevo solo 14 anni, ma Lorenzo potenzialmente … ce la poteva fare , avendo qualche anno in più, ma i casi della vita deviarono il suo percorso e oggi fa sforzi di fantasia e, credo con rammarico, ci racconta come ha vissuto il suo festival o meglio, come avrebbe voluto che fosse.
Scrive testualmente Lorenzo:
” ...questo scritto su Wight è frutto di fantasia, anche se non troppo, perchè non ero presente io ma c'era il mio fraterno amico Giuliano che all'epoca viveva in Inghilterra, mentre io ero impegnato nel viaggio di ritorno dal Brasile all'Italia e non feci in tempo ad arrivare a Wight, ma il mio "spirito" c'era! “
L’Isola di Wight, ovvero l’isola che non c’è

L’Isola di Wight 35 anni fa, rimane tra i ricordi più belli di un ragazzo poco più che ventenne, partito dalla borgata romana del “Tufello”, prima coinvolto in un’esperienza unica che lo portò a vivere per due anni in Brasile (Rio, Sao Paulo e Recife) e poi di ritorno dal Brasile a passare per l’Isola di Wight, grazie alle informazioni e al supporto logistico di un amico che viveva a Londra.
Arrivai con l’amico Giuliano a Newport la mattina di domenica 30 agosto 1970, ero vestito solo con un paio di jeans con sotto un costume da bagno, una camicia militare blu dell’aeronautica e con uno zainetto da “alpinista” contenente lo stretto necessario.
La situazione a Wight era caotica ma piena di emozioni e di buone vibrazioni, nonostante la gran folla, poi stimata in 600.000 persone, c’era tra la gente una sentimento di grande tolleranza, c’era l’orgoglio di far parte di un evento che seguiva quello di Woodstock dell’agosto 1969, che non era solo un festival musicale ma anche:
“……la tendenza verso una società alternativa, dove le persone dimenticando la propria particolare classe sociale, razza o religione, dimostravano di essere in grado di vivere insieme e di fare le semplici cose di tutti i giorni, sulla base di un accordo non scritto, ma semplicemente basato sull’amicizia e il rispetto reciproco……”( da
"Message to Love: The Isle of Wight Festival 1970" di Brian Hinton).
Quella sera prima di Jimi Hendrix (morirà di lì a poco il 18 settembre del 1970), che avevo già avuto la fortuna di ascoltare al teatro Brancaccio di Roma nel 1968, suonarono i Jethro Tull.
Conoscevo poco i JT perché durante la mia permanenza in Brasile mi ero occupato più di “futebol”, di “samba” e di altro che di loro, ma a Wight furono grandi e la loro musica inebriante, trascinati da Ian Anderson che da allora acquisì, almeno per me, quella figura di “Pifferaio Magico” destinato a guidare la “rivoluzione” (incruenta) di quelle masse di giovani che sognavano un futuro libero dall’ipocrisia e dall’ingiustizia.
Quel sogno durò anni ancora. Ma già dalla fine del concerto, che fu anche l’ultimo Festival di Wight, quando tutti presero la strada del ritorno, l’entusiasmo di aver partecipato al grande evento era appannato da un’ombra di malinconia, forse per me era la “saudade do Brasil”, ma c’era qualcosa d’altro che in quel momento mi sfuggiva, qualcosa che “volava via” e che avrei capito solo più tardi: era l’Isola di Wight, l’isola che non c’è!
Roma, 30 agosto 2005



Nessun commento: