sabato 30 agosto 2008

Anita Pallenberg




Questo fine settimana è dedicato ad un'altra groupie (come Pamela Des Barres, presentata pochi giorni fa).

Parlo di Anita Pallenberg da cui è impossibile scindere Keith Richards.

Anita Pallenberg nasce a Roma il 25 gennaio 1944.
E' conosciuta come modella, attrice e stilista di moda, ma soprattutto è ricordata come compagna del chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards, dal 67 al 77.
È nota principalmente per le storie sentimentali che l'hanno vista legata a tre dei membri del gruppo musicale dei Rolling Stones: dapprima Brian Jones (che la incontrò nel 1965), in seguito lasciato per Richards nel 1967.
Con Richards ha avuto tre figli, uno di nome Marlon Richards (nato nel 1969), una figlia, Dandelion (nata nel 1972) che è nota col nome di Angela Richards, ed infine Tara Richards, nato nel 1976, ma morto per problemi di salute poco dopo la nascita.
Ha avuto inoltre una breve relazione con il cantante degli Stones Mick Jagger, durante le riprese del film "Performance".
Ha ricoperto il ruolo della Black Queen in "Barbarella" (1967) e della moglie di Michel Piccoli nel film " Dillinger è morto" (1968), diretto da Marco Ferreri.
Dopo la fine del rapporto con Richards, la Pallenberg è divenuta una stilista di moda.

Nella leggenda è entrata nel '65.
Da allora Anita Pallenberg, alter ego femminile dei Rolling Stones e icona dell'epoca psichedelica insieme a Jagger, Richards e Jones, resta uno dei pochi testimoni in grado di poter svelare aneddoti sull'affascinante vita delle pietre rotolanti che, se ieri era fatta di sesso, droga e rock'n'roll, oggi resta incagliata in bottigliette di Evian e in uno status ingiallito da star.
Certo, Jagger e compagnia sono sempre capaci di ribaltare ogni pronostico. E di sopravvivere ai loro stessi vizi. Non fosse così gli Stones non sarebbero la più grande rock band esistente, l'unica ancora in piedi su un palco in grado di riportare a un tempo passato.
All'era mitica dei fiori e della rivoluzione.

Ecco cosa ne pensa Anita Pallenberg(intervista di Massimiliano Leva ,luglio 2006)

Quando conobbe i Rolling Stones?
Li incontrai nel 1964, in Germania. All'epoca ero ancora una modella, avevo letto di loro i1n una rivista e quando un fotografo di moda mi chiese di accompagnarlo a un loro concerto accettai incuriosita. Li raggiungemmo nei camerini e mi presentai a tutta la band.
Fui subito colpita da Brian Jones, il più gentile, quello con più fascino. Sembrava un dandy e fu l'unico a rivolgersi a me in tedesco, visto che ancora non parlavo bene l'inglese. Fu un colpo di fulmine. Poco tempo dopo e vivevo già a Londra con lui.

Che ritratto farebbe di loro a quell'epoca?
Charlie Watts e Bill Wyman non erano ancora degli Stones. Nel senso che conducevano una vita ben diversa dagli altri tre.
Brian era un uomo affascinante ma anche estremamente fragile, volubile.
Mick Jagger era indubbiamente il più sicuro di tutti. Ha sempre saputo cosa fare e come ottenerlo.
Keith è Keith: lo definirei un pirata. Se fosse per lui, ancora oggi appenderebbe la bandiera con il teschio fuori dalla porta di casa. Di certo, non gli è mai interessato essere nominato baronetto.

Si drogavano molto Jagger, Richards e Jones?
Come tutti a quell'epoca. Però erano dei professionisti, quindi si facevano solo quando non dovevano registrare. Noi comunque non ci preoccupavamo molto. Tanto per dire, quando arrestarono per droga tre quarti della band nel '67, un mese dopo partimmo in gruppo per il Marocco.

In una parola, qual è il segreto degli Stones?
Passione. La loro è sempre stata una vera passione per la musica e per il blues. Oggi sembrano persino ridicoli con quelle rughe, nonni di famiglia, a dimenarsi su un palco. Ma per me sono stati anche meglio dei Beatles.

Quali erano i rapporti tra Beatles e Rolling Stones?
Erano ovviamente amici, a dispetto di quello che ha sempre detto la stampa. Ognuno con diverse simpatie o legami più stretti.
Brian, per esempio, era particolarmente amico di George Harrison e John Lennon.
Ma c'era comunque stima reciproca tra loro.

Chi frequentavano maggiormente gli Stones?
Abbiamo conosciuto così tanta gente che forse ci vorrebbero settimane per ricordarmi di tutti.
La nostra era una vita in continuo movimento. Poteva capitare di andare a Roma e fermarsi giorni a casa di amici come Mario Schifano o Marco Ferreri. Oppure di girare un filmino in Super 8 nel pieno di una sbronza a New York con Andy Warhol. Soprattutto negli anni Sessanta si respirava un'aria in cui niente pareva un limite. Vivevamo sempre ogni cosa come se fosse l'ultima.

Come sono stai i suoi rapporti con le altre donne, Marianne Faithfull in particolare?
Tra di noi c'era solidarietà e spesso ci sentivamo abbandonate a noi stesse in quel turbinio di eccessi. In ogni caso non frequentavo molto Marianne. E ancora meno c'è stato tra me e Bianca Jagger. Poi, da quando io e Keith ci siamo lasciati, l'amicizia con la Faithfull si è rafforzata.

E' vero che Brian venne estromesso dalla band da Jagger e Richards?
Brian era il primo ad amare il blues. Così quando gli Stones dirottarono la loro musica verso il pop psichedelico con Their Satanic Majesties Request, in un certo senso lui si sentì tradito.
Era comunque un artista estremamente vulnerabile, con poca fiducia in sè stesso.
A volte gli capitava di scrivere anche canzoni molto belle che magari il giorno distruggeva in preda a raptus.
E dire che Keith e Mick erano quasi degli studentelli in confronto a Brian.

Nel senso che Jones era meglio di loro?
Brian era un musicista con un talento incredibile, nei primi anni sicuramente meglio di Mick e Keith.
Gli Stones degli esordi furono davvero il gruppo di Brian Jones. Ma poi non ebbe sufficiente carattere per reggere il confronto con il successo e cominciò a perdere via via il contatto con la realtà.

Si dice anche però che Jones si ammalò definitivamente dopo che lei lo lasciò per Richards.
In realtà Brian fece tutto da solo. Stava davvero peggiorando in quel periodo. Era stato arrestato e diventava sempre più paranoico.
Nel '67, stavamo per partire per Marrakech, quando Brian cominciò a fare storie.
Keith mi disse: "Io non lo sopporto più, se vuoi vieni con me".
E io accettai, anche se in fondo ero ancora innamorata di Brian.

Quando seppe della sua morte?
Ci chiamò alle tre di notte il suo autista. Fu una botta. Brian si drogava molto da solo ormai.
Fosse sopravvissuto avrebbe fatto grandi cose.

Come gestivate lei e Keith i rapporti con i figli?
Cercavamo di fare del nostro meglio, ma per questo i nostri figli erano continuamente sballottati a destra e a sinistra. Ci siamo comunque sempre sforzati di essere genitori premurosi.




Seguiva il gruppo in tournée?
No, noi eravamo le mogli e loro i Rolling Stones.
In quindici anni di vita con Keith, sommando i momenti in comune, con lui penso di averne trascorsi cinque.

Era questo il prezzo per essere una donna degli Stones?
Il vero prezzo da pagare erano i fan. Mi rincorrevano ovunque per aggredirmi, una volta chiamai persino la polizia altrimenti mi avrebbero fatto a pezzi.

Ha mai assistito in diretta alla nascita di qualche canzone?
Sì, Mick e Keith scrissero "Honky Tonk Women" in poche ore, davanti a me, a Positano.
Poi anni dopo ci portarono con loro in Giamaica, per la regsitrazione di "Goat's Head Soup".

Lei era però con Keith in Francia quando gli Stones registrarono "Exile on Main Street".
In Francia fu davvero un momento terribile. Gli Stones registravano nella cantina della villa dove io e Keith vivevamo. Era un continuo via vai di persone. Per questo, avevamo fatto costruire anche un passaggio segreto per scappare nel caso la polizia fosse arrivata all'improvviso per cercare la droga.

Oggi rivede spesso Keith?
Ci vediamo a volte per il Natale.

Rifarebbe tutto da capo?
Sì. Ma solo con lo steso spirito degli anni Sessanta.

La Famiglia Richards

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giovedì 28 agosto 2008

Pamela Des Barres


Ad inizio settimana ho pubblicato due post riguardanti libri letti in vacanza.

Oggi stravolgo la normale cronologia e ne propongo uno che... non ho ancora letto.
Ovviamente la proposta è rivolta anche a me.
Sto parlando di : Pamela Des Barres, “Sto con la band”.
Come ci sono arrivato?
Oltre ai libri a cui accennavo, ho portato in montagna DVD che non ero riuscito ancora a vedere.
Tra questi , due puntate del Roxy Bar di Red Ronny.
In una delle tante sezioni ho trovato l’intervista a questo personaggio conosciuto, a cui sono state dedicate pagine intere su un quotidiano nazionale.
Pamela Des Barres era una groupie e questa suo particolare stile di vita le ha permesso di conoscere , anche nell’intimo, stars incredibilmente note.
Dal suo racconto emerge il condensato di ciò che dovremmo trovare nel libro , e quello che colpisce i nostalgici dell’epoca, quale io sono, è il grado di vicinanza e di conoscenza di Pamela con dei veri e propri monumenti del rock, alcuni dei quali ormai scomparsi.
È ancora molto bella Pamela, ed il suo sorriso e la sua gentilezza spontanea non lasciano indifferenti.
E così , con estrema facilità racconta come anche Linda Mc Cartney fosse una groupie, pronta a qualsiasi cosa pur di sposare un Beatle;
Elenca le pazzie di Keith Moon, la vita a casa di Frank Zappa (produttore delle GTO’s, gruppo di Pamela )e molto altro.
In attesa di comprarmi il libro propongo un’intervista di Stefano Bianchi.

Confessioni di una Groupie

Le altre, al confronto, erano ragazzine in piena tempesta ormonale.
Marianne Faithfull, Cynthia Plaster Caster, Bebe Buell: pruriginose fans da una botta e via.
Perché la prima, vera groupie della storia del rock è stata lei, la losangelena Pamela Ann Miller, meglio conosciuta come Pamela Des Barres.
In un giorno infilzato negli Anni ’60, a Bel Air, vide Paul McCartney affacciarsi a una finestra. In quel preciso istante, Pamela capì di poter coronare il suo sogno: incontrare le stelle del rock, vivere con loro e come loro, dietro le quinte del palco e sotto le lenzuola.
Una missione. Un atto d’amore: pedinare i suoi idoli riuscendo ogni volta a farli invaghire di lei. Una Groupie con la maiuscola, non un’idiota “starfucker”.
Pamela Des Barres, geisha del Flower Power, sapeva amare con tutta se stessa.
In cambio, chiedeva rispetto e un piccolo spazio fra le leggende rockettare.
Jim Morrison, Mick Jagger, Jimmy Page, Noel Redding, Keith Moon.
Sono solo alcuni fra i tanti nomi illustri concupiti dalla disponibile, premurosa groupie.
E uno sposato nel '77 e poi lasciato nel '91: Michael Des Barres dei Silverhead.
E una pattuglia di artisti con cui Pam è rimasta grande amica: dall'ex Led Zeppelin Robert Plant a Ray Davies dei Kinks, fino a Captain Beefheart.
Raccontati all'epoca dell'amore libero in "Sto con la band", diario di sex & rock'n'roll pubblicato in America nel 1987 e ora uscito in Italia.
«Volevo stare vicina a quegli uomini che mi facevano sentire così maledettamente bene, e niente me lo avrebbe impedito. Volevo trattare… bene una rockstar», scrive Pamela nel “preludio” del libro.
Sembra quasi trattenere il fiato, prima di narrare per filo e per segno “quell’estatica alchimia che era nell’aria”.

Com’è nata l’idea di "Sto con la band?"
«Quando mi sono trovata nel posto giusto e al momento giusto. Cioè in California, negli Anni ’60 della massima esplosione rock. Tenevo già un diario. Lo aggiornavo da quando avevo 9 anni ed ero certa che un giorno o l’altro avrei comunicato al mondo le mie esperienze di vita».

Cosa significa “groupie”: attitudine? Status symbol? Marchio indelebile del rock & roll?
«Groupie è una donna che ama talmente tanto la musica da voler innescare un rapporto ravvicinato con chi la crea. Augurandosi, in qualche modo, di poterlo ispirare. Quand’ero una teenager sognavo di vivere accanto alle rockstars. E se oggi mi reputo una persona creativa e una scrittrice di un certo successo, lo devo ai geniali musicisti che ho avuto la fortuna di frequentare e che mi hanno fatto crescere. In tutti i sensi ».

Le groupies, oggi, hanno un senso o sono inutili?
«Sono sempre importanti. Gli artisti le vogliono ancora accanto. Ne hanno bisogno, in fondo».

Quali sono gli ingredienti (o i segreti) per essere un’autentica groupie?
«La passione per il rock. E prendersi cura di chi vuoi seguire: dentro e fuori dalle scene».

Cos’è la musica?
«Amore per Bob Dylan, scoprire nuove bands, essere appassionata di country music dal 1969, quando fu Gram Parsons a farmela scoprire».

Ricordando le stelle del rock che hai incontrato e amato, quale è stata la più amichevole?
«Mick Jagger. Amabile. E autoconsapevole».

E la più anticonformista?
«Keith Moon, il batterista degli Who».

Sei ancora in contatto con musicisti di quell’epoca?
«Certo. Fino a prova contraria gran parte di loro è ancora viva e vegeta!».

Ti interessano sempre i concerti? Ti infili ancora nel backstage?
«Certe abitudini non si perdono mai».

Che differenza c’è fra i “dietro le quinte” di oggi e del passato?
«Oggi c’è più controllo. Più consapevolezza. Anni fa era tutto più istintivo, selvaggio, fuori dagli schemi. D’altronde, i Sixties hanno scandito l’amore libero …».

Con chi avresti voluto fare l’amore, ma non ci sei riuscita?
«Con Jimi Hendrix. Ma ero una timida sedicenne… E con Elvis Presley. Il mio mito. Mi invitò a casa sua e rifiutai. Per poi pentirmene ».

Il tuo partner ideale?
«È il mio compagno di vita: il country singer Mike Stinson. Cercatelo su www.mikestinson.net . E se volete ascoltare una delle canzoni che ha scritto per me, cliccate www.myspace.com/therealmisspamela ».

Mi racconti dell’esperienza musicale nelle GTO’s?
«La sigla stava per Girls Together Outrageously. Eravamo un gruppo di danzatrici che si esibivano per i gruppi più in voga, alla fine degli Anni ’60, in giro per la California. Dopo avere incontrato Frank Zappa e ballato per le Mothers Of Invention, fu lui stesso a farci incidere e a produrci l’album Permanent Damage, pieno di storie sulle nostre vite selvagge, ambientate a Laurel Canyon e sul Sunset Strip».

Ricordi i primi dischi che hai acquistato?
«Come fosse oggi: Great Balls Of Fire di Jerry Lee Lewis, Jailhouse Rock e Treat Me Nice di Elvis Presley».

La band e il cantautore che preferisci in assoluto?
«Flying Burrito Brothers e Bob Dylan».

Ti capita ancora di incontrare Captain Beefheart?
«Sono rimasta più che altro in contatto con suo cugino, Victor Hayden, in arte The Maskara Snake. Posso comunque dirti che Captain Beefheart si è rivelato molto importante nella storia del rock per aver superato i confini musicali creando nuovi suoni che ancora oggi possono insegnare parecchio, dal punto di vista tecnico e creativo».

Cosa ricordi di 200 Motels, il film di Frank Zappa a cui partecipasti nel ‘71?
«Il fatto che Frank avesse fiducia in me. E l’avere incontrato sul set Ringo Starr e Keith Moon».

Hai sposato Michael Des Barres, frontman dei Silverhead. Correvano gli Anni ‘70 del glam rock…
«La trasgressione ai massimi livelli: David Bowie e T. Rex da una parte, Iggy Pop e New York Dolls dall’altra. Indossavo biancheria intima e giarrettiere, molto prima che lo facesse Madonna».

Immagina di essere ancora una groupie. Per quale band o solista?
«Ryan Adams, Rhett Miller and The Old 97’s, Prince, Todd Snider. Bob Dylan per tutta la vita. Anche se sta invecchiando».
www.pameladesbarres.com




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Le ultime parole famose:
"Il Sole non gira attorno alla Terra? Folle, eretico, assurdo e falso". (Il Tribunale dell'Inquisizione contro Copernico e Galileo, 1616)

martedì 26 agosto 2008

Guns N' Roses


Il rock non rincoglionisce chi lo ascolta, ma chi lo fa”.
Questa è l’affermazione con cui Ken Paisli introduce la sua “verità” su i Guns N’Roses.
Il libro si intitola “Guns N’Roses - The Truth (La verità)”.
E’ la storia della band forse più folle che il rock moderno ricordi.
Dagli esordi nelle bettole di Los Angeles al successo planetario,passando per scandali, arresti,matrimoni, licenziamenti e defezioni,il libro ripercorre la parabola della band sino ai giorni nostri.
Il tutto con un’ampia sezione dedicata a tutti i nuovi membri ed agli ex membri del gruppo.
Ne parlo solo perché ho dedicato un paio di ore delle mie vacanze alla lettura del libro e mi viene spontaneo dire la mia.
In realtà ero interessato al lato privato piuttosto che alla musica .
Non li conosco abbastanza , perché quel tipo di rock alla lunga mi stanca, e quindi non ho mai sentito l’esigenza di approfondire.
Il primo contatto l’ho avuto in modo indotto.
Welcome to the Jungle” era inserita in un film di Clint Eastwood e ricordo di aver cercato notizie sui titoli di coda.
E’ una canzone che mi piace e mi da energia.
Successivamente ho visto/ascoltato “Paradise City”, con Axl Rose che percorre tutto il palco come in trance agonistico.
E poi la cover di “Knockin’ On Heawen’s Door”.
Qui finisce il mio sapere musicale sulla band.
Ma ora so qualcosa in più su “vite buttate al vento”.
Il libro non mi è piaciuto.
Non mi aggrada il modo di scrivere di Paisli, con largo uso di espressioni che fanno tanto “adolescente incazzato” (ha 37 anni), ma sono assolutamente gratuite e non aggiungono niente alla storia.
O forse è il modo giusto di parlare di rock…ma a me pare molto forzato.
Messa da parte la forma, anche il contenuto è discutibile.
C’è un po’ di storia dei singoli componenti, divisa per ere.
C’e’ molta pura cronologia.
C’e’ il tentativo di spiegare il motivo per cui una band da milioni di copie resta quindici anni senza pubblicare un disco.
C’è della velleitaria psicologia che tenta di dare una spiegazione ai comportamenti malati del frontman Axl Rose.
Sì.... tutto è incentrato su questo personaggio assurdo, che appare davvero uscito dal classico manicomio, e sorprendentemente non riescono a riportarcelo.
Lo "psicologo" Paisli prova a tracciare un quadro di Axl , cercando di trovare una giustificazione ai comportamenti deviati.

Credo che il primo motivo sia da ricercare nei gravi disturbi psicologici di Axl.
Consideriamo che già a due anni il padre abusava sessualmente di lui e,successivamente,anche il patrigno,un Reverendo della Chiesa Pentecostale, lo flagellava con molestie di ogni tipo.
La conseguenza è stata che Axl è cresciuto con un viscerale rifiuto nei confronti dell’autorità (incarnata nel padre e nel reverendo patrigno) e delle donne (la madre incapace di proteggerlo),sviluppando una radicata difficoltà nello sviluppare relazioni affettive durature con entrambi i sessi”.


Se così fosse sarebbe più facile comprendere i suoi problemi di alcool e droga,di impossibili relazioni ,di correttezza nei confronti di amici, nemici e generici componenti della società.
A me è sembrato un pazzo furioso che prenderei volentieri a calci nel sedere.
Visto che non posso farlo, cercherò almeno di conoscerlo più a fondo , appropriandomi della sua musica ,tutto sommato non molta,incominciando da “Appetite For Destruction”, giudicato un capolavoro dagli amanti del genere.
Ed ora un assaggio…..

Welcome to the Jungle

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Le ultime parole famose:

"Oggi niente di nuovo" (Luigi XVI nel suo diario, 14 luglio 1789, giorno della Presa della Bastiglia)



lunedì 25 agosto 2008

Kim Richey



Credo che pochissimi conoscano Kim Richey.
Era il 1995 quando, trovandomi per lavoro a Wichita Falls, nel cuore del Texas, approfittavo delle calde serate libere per ascoltare musica dal vivo e rifornirmi di CD locali.
Incredibile vedere i texani che ballano all’unisono, con stivaloni e cappelli da cow boys!
Durante il giro quotidiano nel negozio di dischi ricordai le parole di un collega che mi chiedeva un acquisto DOC, un vero, nuovo, artista country.
Mi capitò in mano “Kim Richey”, che comprai sulla fiducia.
Al ritorno in Italia lo ascoltai e trassi un giudizio del tipo…”senza infamia e senza lode”.
Per molti anni l’ho dimenticato e solo pochi giorni fa,volendo portare con me in vacanza cose inascoltate, ho fatto una nuova esperienza con Kim.
Saranno cambiati forse i miei gusti, ma questo disco di esordio risulta piacevole.
In alcuni brani la definirei la versione femminile di Tom Petty.
Il brano che propongo credo sia, in questo senso, significativo.

Vediamo qualche nota biografica.

Kim Richey è una cantautrice nata nel 1956 a Detroit.
Benchè sia da sempre indicata come appartenente al genere country, il suo suono non si categorizzata facilmente.
Le sue canzoni infatti sono diventate hits sia nelle classifiche country che in quelle pop.
L’album del suo debutto, intitolato “Kim Richey” , fornisce il suo primo successo country, "Just My Luck", a cui segue “Those Words We Said" .
Kim ha poi fornito nel 2000 parti vocali in "Come Pick Me Up" ,da “Heartbreaker” ,album di debutto di Ryan Adams.
Nel 2004 il suo brano, A Place Called Home", è utilizzato come colonna sonora di un episodio di una famosa serie televisiva americana.
Il suo album più recente, “Chinese Boxes”, è uscito il 10 luglio 2007 ,e contiene il nuovo singolo " Jack e Jill".
Una curiosità.
Kim ha viaggiato molto in America Latina e in Europa e ha anche lavorato come cuoca al celebre Bluebird Café di Nashville prima di iniziare la sua carriera musicale.

Guardiamola ed ascoltiamola in questo video, davvero "americano".


Just my Luck

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